Standard $2


L’amicizia fa strane cose ai suoi interpreti, – ha scritto Down Ezio. In qualsiasi parte del mondo Nisi sarebbe divenuto un grande concertista, perché quando era appena undicenne era già un musicista dotato, pianista e compositore. Ma Massimo non era un privilegiato, e il campo della musica non fa eccezioni sociali che per molti contanti. Il suo grande talento per il pianoforte non ha mai ricevuto i riconoscimenti per l’artista che era.

Questo infatti capitò a Nisi il buffone. Fu sempre preceduto dalla sua fama di clown che gli impedì di dare al pubblico la migliore parte di sé. E Massimo, che pure aveva compiuto approfonditi studi musicali, decidette di giocare a quel gioco e recitò fino all’ultimo la parte del giullare, in cui finì ben presto per immedesimarsi. Aveva un temperamento adatto per certe risse: era un irascibile umorista, un burlone con la mano pesante, un teppista dotato di enormi slanci di generosità. Senza preoccupazioni del domani, che gli faceva comparire un’espressione divertita sulla faccia delle sue emozioni, era un pastore d’anime con le sue note pubbliche.

Era nato il 7 luglio 1971 a San Leonardo, in periferia di Milano da una famiglia della borghesia al verde. Sua madre era una cantante e suo padre se l’era già vista brutta col tale che si presenta in sella al cavallo e ha la cintura nera come nero è il mantello.

Standard $1


Nel marzo di quell’anno l’ego di Giusva fu invitato a stare tre pomeriggi della sua vita in tribuna; fu pregato di cantare in coro di pancia cuore e gola. Gli organizzatori del concerto, fra cui c’era il critico musicale Down Ezio, furono sorpresi di apprendere che il loro nuovo scritturato non aveva mai preso parte a un concerto dalla curva, e dovettero faticare per prepararlo al tifo – Siete sicuri di non volermi come corista? – si erano sentiti chiedere – Ho dato concerti con le caviglie, ma voi pensate che la gente voglia ascoltarmi da solo?

I cori ebbero un esito trionfale, che si ripeté le settimane successive nelle città toccate dal calendario. La strada dell’addio era ormai aperta: nelle domeniche successive il corista tornò altre domeniche dal mister che lo accoglieva in panchina con il calore dell’Unione Sovietica. Quanto ai cultori della jinga brasiliana misero velocemente il suo nome nel posto dei referendum indetti da Down Ezio che finivano con il fare paragoni ai migliori jazzisti. A oltre diciassette anni Giusva ha ancora l’aspetto atletico, il passo elastico di un giovanotto e l’entusiasmo di un neosviluppato alle prime armi. I compagni però lo chiamavano Anima perché riconoscevano in lui il loro capostipite, con uno stile nel palleggio che non sarebbe mai invecchiato. – Giusva può andare avanti a palleggiare per novant’anni. – ha detto uno dei suoi amici più stretti: Massimo Nisi.

Standard


Fra i due vecchi amici dell’epoca dei Diavoli e degli Angeli non c’era più l’armonia di un tempo: la prepotenza di Edilio, che spesso lo strapazzava come uno scolaretto riusciva intollerabile a Giusva, che nel 1985 se ne andò. La reazione del maestrino fu ascoltata da Down Ezio. – Giusva sta tutto dentro al suo ego! – si sfogò Edilio con chi lo incrociava – Se ha voluto andare via, che il diavolo se lo porti! È bravo, sicuro, ma possiamo fare a meno di lui.

Gli anni che seguirono confermarono la mancanza di chiarezza delle idee di Giusva sul suo ruolo in campo e sulle sue migliori qualità. Giocò diverse partite sulla fascia finendo per domiciliarsi in una zona distante da lì a San Francisco rispetto al centro del gioco: qui per tutta i secondi tempi delle partite aspettava la palla con un sesto senso per il gol che girava l’Europa in turnè. Poi realizzò un altro suo vecchio sogno rimanendo in panchina dove si esibiva con le borracce senza disdegnare di fornire tea caldo a un compagno più bravo a parlare in giapponese. Probabilmente riteneva di aver concluso la sua carriera di golman, e certamente l’allenatore si era dimenticato di lui. I suoi numeri non gli uscivano più da diversi anni ed erano ormai sepolti sotto il silenzio.

Chi vide quei gol non nascose comunque qualche nostalgica perplessità. Il talento di Giusva, dio un tempo, era sparito di tanto, le folgoranti mosse di anche avevano lasciato il posto a movimenti fiacchi, il tocco di palla si era fatto più solo. Ancora più deludenti le sue esecuzìoni con piccoli triangoli che sapevano di ruggine. Solo di tanto in tanto non si guardava le unghie. La resurrezione di Giusva costituì dunque una sorpresa per tutti. A cominciare dallo stesso interrato.

AUTincents #4

DIstrazione


Con Alberto e Lisa ci siamo beccati all’altezza delle capre. Se non sbaglio. Sicuramente dopo che mi sono preso la briga di aspettare Sandro. Così avrei voluto fare quando il monte era tornato dritto verso l’alto. E il fiato te lo tagliava ad altezza nano. Corto. Peccato che il nonno m’avesse teneramente scoraggiato. Ognuno ha un passo, m’ha cazziato come se già non lo sapessi di mio, e tu devi tenere il tuo. Non rallentare per me. Avevo sentito una lama ficcarsi piano. Certo che aveva ragione da vendere. E gliene sarei dovuto essere grato. Eppure, ripeto, peccato. Poi ho usato parecchie energie per arrivare alla trincea d’inizio secolo, scorso. A duemila e sei. Dove mi sono concentrato. Ti dirò, anche di più. Mi ci ero proprio infilato con tutta la fantasia, la testa nella storia e il fisico a misurarsi dentro una bocca di sassi. Quanto poteva valere il mio sforzo? Un minuto da soldato? E quello di tutti noi settanta messi insieme? Uguale. È l’unità di misura che sposta il divertimento di un niente. Finalmente una discesa. Fantasia al comando anche per lo sguardo verso le cime coperte. Corro un bel pezzo con un drone che mi inquadrava i talloni. Chissà che immagini. Non faccio in tempo a montare il mio, di filmino, che un tizio mi mette in allerta. Tieni la destra, dice, più avanti c’è un bivio. Se sbaglio? E Se non sbaglio ci siamo quasi con Alberto e Lisa. Li avevo già notati entrambi. Uno alla partenza e l’altra dopo meno di cento passi. Settanta anime in avvio di corsa non sono un gran che difficili da ricordare. Quasi tutte almeno. E mentre di Alberto mi aveva impressionato il fisico. Che non mi tornava associato ai capelli bianchi. Anzi, diciamo che per la sua dotazione spirituale, tra tutto quanto, cosce, glutei, spalle e addominali, gli avrei dato un milione in denaro. E me la sarei comprata insieme ai suoi valori del sangue. Di Lisa invece ricordo la mia perplessità nel vederla partecipare. Spostava un sé così minuto che, messa la mia forza d’animo nel suo posto di comando, sarebbe bastato poco meno della mia dimensione per farmi scoraggiare. Beh, su di lei, non solo mi sono sbagliato alla grande. Tanto che non saprei dire quanto. Incalcolabile. E ancor di più se ripenso allo zaino enorme che aveva sulle spalle. Ma per te vedrai che sarà inevitabile fare la stima della mia pippaggine. Soprattutto quando racconterò del dolore che l’ha bloccata dietro la gamba. Per parecchia della strada che avevamo fatto insieme era andato tutto bene. Anche dopo aver incrociato le capre di cui parlavo all’inizio, sempre le stesse che erano capitate quando le balise si erano fatte desiderare, la foschia aveva cominciato a gettare badilate di grigio e bianco, e la chiacchiera con Alberto camminava più veloce delle nostre gambe. Mi raccontava di essere un patito della corsa naturale e infatti lo vedevo usare un paio di scarpe così piatte che immaginavo potesse contare le corna dei dannati. Diverso, è il discorso per Lisa. Lei di naturale aveva un passo invidiabile. Baby. E grazie a quello ci aveva raggiunti. Volendo avrebbe tranquillamente potuto anche lasciarci lì, al palo, l’iMe e l’iNaturale. Ma con lei era arrivata anche la notte e si è convinta di fare comunella con due debosciati. Per un fattore di compagnia durante il viaggio.

[ADAMELLO ULTRA TRAIL] AUTincents #3

DIstrazione


– Ehilà minchione, tutto a posto con la polizza vita? – Eccolo qua. È arrivato il mio doppelganger Edilio Ciclostile con tutta la sua delicata franchezza,
– In che senso? – replico io.
– Dove cazzo mi stai portando?
– Tanto per cominciare, dove credi che siamo.
Non aveva risposto in battuta. Strano. Chissà, ho pensato,  se con poco generatore di acidi nei polmoni, anche la molestia ne risente. Per un attimo avevo creduto di essermela cavata così. Sbagliavo.
– Questo l’ho capito benissimo. Ma non vedi che razza di cielo si sta preparando?
Mi ero guardato in giro.
Effettivamente dire che ci fosse un bel panorama proprio no. Per quanto il materiale naturale che avevamo a disposizione era di enorme pregio, enorme anche per la stazza delle montagne, ovunque gettassi lo sguardo gli occhi non venivano  trattenuti da qualche bellezza che avrei voluto non scordare mai. E per quanto detestassi ammettere che Edi avesse ragione, le nuvole salivano dense da valle. Si accumulavano pesanti sopra la testa delle creste. E sopra le mie balle.
– Secondo me, – aveva detto ancora Edilio, – il tempo peggiora e tu rischi di non vedere un cazzo. Vedi di non mettere il piede nel posto sbagliato. –  Nonostante la difficoltà di fare il pieno ai polmoni tirasse in terra il morale, il suo pessimismo era sempre di ottimo umore.
– Capisco che l’aver assistito all’incidente di sabato ti ha sbattuto giù con la testa. – l’ho malauguratamente stimolato io, – Ma non devi tirare la iazza addosso anche a me.
– Guarda che la sfiga qui non c’entra niente. C’entrava per quel disgraziato che c’ha lasciato le penne. Un camper di traverso sulla carreggiata la si può tranquillamente chiamare così. Ma tu, cocco di mamma, ragiona. Prova a piantare le corna in fondo a un burrone stando seduto sul divano.
– Ascolta Edilio, proprio non ce la posso fare a sopportarti. Questa è la volta buona che se non collabori m’incazzo.
– Cazzo fai sul serio. Caspita. Ne hai di coraggio.
– No, per carità. Non faccio niente. Ma tu continua con questo tiro di pensieri e giuro sulla Madonna che t’ammazzo. Fine della questione.
#Eccheppalle. Addosso, già me la stavo facendo di mio. Figuriamoci se avessi avuto bisogno di lui che mi stava appiccicato soltanto per peggiorare guai e timori. Sandro, piuttosto. Stare con lui era un piacere. Insieme avevamo superato tutta ‘sta storia in salita, compresa la trincea della Prima. Che avevamo preso con calma. Il nonno si fermava ogni tanto a tirare il fiato. Poi però me lo sono visto passare davanti. In discesa volava. Il nonno. Che avevo scoperto puntava alle 46 ore finali. Le stesse che ci aveva messo l’anno precedente quando finì tutti i 180. Il nonno. Ed io, il nipote, l’avevo capito al volo che sarebbe stato meglio seguirlo come si fa quando si trova una guida.

[ADAMELLO ULTRA TRAIL] AUTincents #2

DIstrazione


A questo evento la Regina dei Popcorn non ha partecipato. Uno po’ d’importanza mondiale me l’ha rubata il suo lavoro che l’ha portata dalle parti della ridente Novara. Ridente. Al suo posto, gioia mia, è venuta mia madre. Accettando di lasciare l’esilio marittimo, montare in macchina, affrontare l’autostrada e farmi salire le pulsazioni in anticipo con un disguido chiavi. Chiave. Dopo un minuto e trenta secondi che eravamo partiti in macchina, destinazione Vezza d’Oglio e me al volante, scopro che lei aveva chiuso la serratura sotto di casa mia. Chiuso. Ripensavo a questo dopo un’ora e mezza che pativo sulla prima rampa. A qualcosa dovepvo pur pensare. Non c’è solo eroismo da quelle parti. Anzi, se vuoi, per la mente è un attimo far somigliare tutto alla vita quotidiana. E per quanto difficile sia crederci, sia rimuginare, sia diventare normali anche in quota, così è. Molto più di quanto un politico riesca a parlare con onestà. Una sola è la virtù cardinale necessaria per coprire le lunghe distanze: l’ossessione. Che non è una virtù nemmeno teologale. Mentivo. Se mi sentite spesso tirare in ballo l’abito sporco del governo è solo per prudenza. Poca. Tornando alle chiavi scopro che la mia personale ghiandola cutanea secernente latte a suo tempo, dicevo, ha chiuso la toppa sotto. Per il motivo di recuperare la mia borsa. Cioè farmi una cortesia. Ma quella chiave non si usa mai a casa mia, non se l’assenza è poco prolungata e insomma, ricordando che la Regina dei Pops non ne avesse una nel suo mazzo, pianto la macchina sul lato della tangenziale e mi è partito l’incazzo. Vita infame per chi ti favorisce e agisce a fin di bene, vero? Infatti mi ero sbagliato e scusato ottomila volte. La colpa non mi si era staccata di dosso comunque, dai polpacci quanto meno. Che sentivo mordere mentre ripensavo a questo e salivo. E mi chiedevo se mami fosse uscita a fare quattro passi anche lei. La sua tendenza è di fare molta strada sulla stessa piastrella. All’età che ha questa donna non è un’abitudine, è una fregatura mondiale. Abitudine. Un uomo più attivo nella sua vita non le avrebbe fatto male, uno tipo Sandro, che con gli anni e il volume non è messo molto meglio della mia vecchia, e quando l’ho raggiunto o mi sono accorto che era nei paraggi, faticava silenzioso come me e tutti quanti.