Informazioni su Massi E. Monaco

uno che corre, scrive e ogni tanto pensa

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Il mattino successivo rimasi in silenzio ad ascoltare per un po’, quando poi avevamo già fatto qualche passo sulle scale di scuola Nisi disse: “Mi spiace di non essermi fermato in tempo, ma avevo un sacco di cose per la testa.”

“Non ti rispondo,” replicai. “Ho passato il pomeriggio attaccato al computer, a cercare su internet suggerimenti per il tema in classe. L’ho fatto anche per te.”

“Hai ragione. Ma però ho studiato di notte ieri e ho avuto qualche ora libera nel pomeriggio e in più era una giornata magnifica.”

“Sembra interessante. Ma pensavo che queste stronzate le dovessero dire quelli che diventeranno un avvocato.”

“Neanche io sapevo cosa stavo facendo.”

A un certo punto dovetti decidere se rovinare un’amicizia per quella brutta sotriaccia.

Eravamo ancora sulle scale quando ci raggiunse Giusva: “Buon giorno figli di puttana!”

Nisi si girò verso di lui e gli domando: ” “Ehi, che succede?”

Gli mimai la forma di una palla e dissi: “Guardalo lì, Giusva si crede il padrone del mondo.” In effetti il record di palleggi consecutivi era suo e gli mancava solo la fascia di capitano.

Ci fece un cenno di saluto. Senza cattiveria, e neanche codiscendenza come fossimo conoscenti che si incrociano per caso. Come se non giocassimo mai con lui. Non volevo che Nisi si accorgesse di quanto ci rimasi male, così feci finta di guardare in terra, lui però era troppo sveglio per non cascarci, mi mise un braccio intorno alle spalle e disse: “Vieni, vedrai che riuscirai a batterlo. Cosa vuoi che siano mille palleggi.”

 

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Fuori da scuola era tutta colpa sua. Osservai Nisi con il suo sorriso comprato ai grandi magazzini, il taglio di capelli alla biondo e nel mio fascicolo sottobraccio mi resi conto che avevo infilato un’udienza truccata.

“Continuerò a cercare chi è stato,” disse ” però su me e Cristina dovrai metterci una pietra sopra.”

Facile da dire per uno che può contare di avere tre fidanzate quando se ne libera di un paio, ma chi avesse informato me del loro bacio non era in discussione punto.

Quel pomeriggio Nisi doveva studiare ,così rimasi anche io nella mia camera dove passai il tempo a cercare su internet. A volte i compiti in classe venivano affidati al caso, era più comodo e non costava nulla. E poi la maggior parte degli studenti non pensa di morire tanto presto e così l’istruzione finisce per diventare uno di quei dettagli di cui nessuno si preoccupa.  Ma quella volte volevo capire le possibilità che avevo di prendere un voto decente in italiano.

Un amico mi citofonò la sera intorno all’ora di cena, quando avevo appena lasciato la scrivania. Mi propose di fare una gara di palleggi, era una delle nostre sfide fisse in cortile. Quando lo raggunsi non vidi nessun pallone,  c’era lui, piuttosto, che si guardò intorno per essere sicuro che non ci fosse nessuno vicino a noi, e quando mi fissò negli occhi disse: “Mamma dice che i testamenti non dovrebbero essere depositati solo in tribuale.” Al momento non capii, oggi direi che volesse dire qualcosa tipo che l’eredità di certi comportamenti vanno direttamente a quel giudice che ci consiglia anche di pulirci i denti.

 

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Nisi era prodigo e lietamente irresponsabile. Divorziato dalla maestra, non si poteva dire che le simpatie verso gli adulti fossero sentite dal suo umore. In caso contrario non lo aiutarono certo ad amministrare con oculatezza la sua enorme ostilità per il mondo senza qualità degli adulti e ad avere cura del suo linguaggio nei loro confronti. Vendeva le sue metriche per darsi al buon tempo che per lui voleva dire innanzitutto chiacchierare con gli amici fino a notte fonda. La sua capacità di far tirare tardi tutti quanti e la disinvoltura con cui si sbarazzava delle pene conseguenti, e le cinghiate che beccava, era straordinaria.

Pagò un conto di nove bistecche ingoiate nel baleno che si vede consegnare la cortesia al to di una canzone.

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Ebbi il mio primo impiego come banconista a dodici anni, in un cinema teatro dove il prete di casa suonava il piano. Non mi feci notare per la bravura, e cominciai a farmi degli amici tra i gatti. A un concorso di poesia,  che vinse Down Ezio, iniziai anche io a buttare giù parole, ma più per diventare un canzoniere. Poco dopo mi ascoltò il più rispettato musicista della zona, il parroco,  che si assunse il compito di completare la mia preparazione. Meno fortunato l’incontro che ebbe con lui la mia amica Edith, che probabilmente per consolare della perdita del padre gli diede un figlio e si allontanò da lui molto presto, neanche diciassettenne.

Io bruciai in fretta le tappe del mio apprendistato di parodista. Prima di compiere i sedici anni avevo già ottenuto la messa in scena di una mia scrittura allo stile di Lenny, allora uno dei migliori cabarettisti americani. Attivissimo sbugiardatore dell ipocrisia nella prima metà degli anni settanta. Della seconda non è riuscito molto ad accoparsene per via di tutti i processi che si era tirato addosso soltanto alludendo alle cose.

Down Ezio, l’editore più blues di allora cominciò a stampare le mie prime composizioni.

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L’amicizia fa strane cose ai suoi interpreti, – ha scritto Down Ezio. In qualsiasi parte del mondo Nisi sarebbe divenuto un grande concertista, perché quando era appena undicenne era già un musicista dotato, pianista e compositore. Ma Massimo non era un privilegiato, e il campo della musica non fa eccezioni sociali che per molti contanti. Il suo grande talento per il pianoforte non ha mai ricevuto i riconoscimenti per l’artista che era.

Questo infatti capitò a Nisi il buffone. Fu sempre preceduto dalla sua fama di clown che gli impedì di dare al pubblico la migliore parte di sé. E Massimo, che pure aveva compiuto approfonditi studi musicali, decidette di giocare a quel gioco e recitò fino all’ultimo la parte del giullare, in cui finì ben presto per immedesimarsi. Aveva un temperamento adatto per certe risse: era un irascibile umorista, un burlone con la mano pesante, un teppista dotato di enormi slanci di generosità. Senza preoccupazioni del domani, che gli faceva comparire un’espressione divertita sulla faccia delle sue emozioni, era un pastore d’anime con le sue note pubbliche.

Era nato il 7 luglio 1971 a San Leonardo, in periferia di Milano da una famiglia della borghesia al verde. Sua madre era una cantante e suo padre se l’era già vista brutta col tale che si presenta in sella al cavallo e ha la cintura nera come nero è il mantello.

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Nel marzo di quell’anno l’ego di Giusva fu invitato a stare tre pomeriggi della sua vita in tribuna; fu pregato di cantare in coro di pancia cuore e gola. Gli organizzatori del concerto, fra cui c’era il critico musicale Down Ezio, furono sorpresi di apprendere che il loro nuovo scritturato non aveva mai preso parte a un concerto dalla curva, e dovettero faticare per prepararlo al tifo – Siete sicuri di non volermi come corista? – si erano sentiti chiedere – Ho dato concerti con le caviglie, ma voi pensate che la gente voglia ascoltarmi da solo?

I cori ebbero un esito trionfale, che si ripeté le settimane successive nelle città toccate dal calendario. La strada dell’addio era ormai aperta: nelle domeniche successive il corista tornò altre domeniche dal mister che lo accoglieva in panchina con il calore dell’Unione Sovietica. Quanto ai cultori della jinga brasiliana misero velocemente il suo nome nel posto dei referendum indetti da Down Ezio che finivano con il fare paragoni ai migliori jazzisti. A oltre diciassette anni Giusva ha ancora l’aspetto atletico, il passo elastico di un giovanotto e l’entusiasmo di un neosviluppato alle prime armi. I compagni però lo chiamavano Anima perché riconoscevano in lui il loro capostipite, con uno stile nel palleggio che non sarebbe mai invecchiato. – Giusva può andare avanti a palleggiare per novant’anni. – ha detto uno dei suoi amici più stretti: Massimo Nisi.

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Fra i due vecchi amici dell’epoca dei Diavoli e degli Angeli non c’era più l’armonia di un tempo: la prepotenza di Edilio, che spesso lo strapazzava come uno scolaretto riusciva intollerabile a Giusva, che nel 1985 se ne andò. La reazione del maestrino fu ascoltata da Down Ezio. – Giusva sta tutto dentro al suo ego! – si sfogò Edilio con chi lo incrociava – Se ha voluto andare via, che il diavolo se lo porti! È bravo, sicuro, ma possiamo fare a meno di lui.

Gli anni che seguirono confermarono la mancanza di chiarezza delle idee di Giusva sul suo ruolo in campo e sulle sue migliori qualità. Giocò diverse partite sulla fascia finendo per domiciliarsi in una zona distante da lì a San Francisco rispetto al centro del gioco: qui per tutta i secondi tempi delle partite aspettava la palla con un sesto senso per il gol che girava l’Europa in turnè. Poi realizzò un altro suo vecchio sogno rimanendo in panchina dove si esibiva con le borracce senza disdegnare di fornire tea caldo a un compagno più bravo a parlare in giapponese. Probabilmente riteneva di aver concluso la sua carriera di golman, e certamente l’allenatore si era dimenticato di lui. I suoi numeri non gli uscivano più da diversi anni ed erano ormai sepolti sotto il silenzio.

Chi vide quei gol non nascose comunque qualche nostalgica perplessità. Il talento di Giusva, dio un tempo, era sparito di tanto, le folgoranti mosse di anche avevano lasciato il posto a movimenti fiacchi, il tocco di palla si era fatto più solo. Ancora più deludenti le sue esecuzìoni con piccoli triangoli che sapevano di ruggine. Solo di tanto in tanto non si guardava le unghie. La resurrezione di Giusva costituì dunque una sorpresa per tutti. A cominciare dallo stesso interrato.