AUTincents #4

DIstrazione


Con Alberto e Lisa ci siamo beccati all’altezza delle capre. Se non sbaglio. Sicuramente dopo che mi sono preso la briga di aspettare Sandro. Così avrei voluto fare quando il monte era tornato dritto verso l’alto. E il fiato te lo tagliava ad altezza nano. Corto. Peccato che il nonno m’avesse teneramente scoraggiato. Ognuno ha un passo, m’ha cazziato come se già non lo sapessi di mio, e tu devi tenere il tuo. Non rallentare per me. Avevo sentito una lama ficcarsi piano. Certo che aveva ragione da vendere. E gliene sarei dovuto essere grato. Eppure, ripeto, peccato. Poi ho usato parecchie energie per arrivare alla trincea d’inizio secolo, scorso. A duemila e sei. Dove mi sono concentrato. Ti dirò, anche di più. Mi ci ero proprio infilato con tutta la fantasia, la testa nella storia e il fisico a misurarsi dentro una bocca di sassi. Quanto poteva valere il mio sforzo? Un minuto da soldato? E quello di tutti noi settanta messi insieme? Uguale. È l’unità di misura che sposta il divertimento di un niente. Finalmente una discesa. Fantasia al comando anche per lo sguardo verso le cime coperte. Corro un bel pezzo con un drone che mi inquadrava i talloni. Chissà che immagini. Non faccio in tempo a montare il mio, di filmino, che un tizio mi mette in allerta. Tieni la destra, dice, più avanti c’è un bivio. Se sbaglio? E Se non sbaglio ci siamo quasi con Alberto e Lisa. Li avevo già notati entrambi. Uno alla partenza e l’altra dopo meno di cento passi. Settanta anime in avvio di corsa non sono un gran che difficili da ricordare. Quasi tutte almeno. E mentre di Alberto mi aveva impressionato il fisico. Che non mi tornava associato ai capelli bianchi. Anzi, diciamo che per la sua dotazione spirituale, tra tutto quanto, cosce, glutei, spalle e addominali, gli avrei dato un milione in denaro. E me la sarei comprata insieme ai suoi valori del sangue. Di Lisa invece ricordo la mia perplessità nel vederla partecipare. Spostava un sé così minuto che, messa la mia forza d’animo nel suo posto di comando, sarebbe bastato poco meno della mia dimensione per farmi scoraggiare. Beh, su di lei, non solo mi sono sbagliato alla grande. Tanto che non saprei dire quanto. Incalcolabile. E ancor di più se ripenso allo zaino enorme che aveva sulle spalle. Ma per te vedrai che sarà inevitabile fare la stima della mia pippaggine. Soprattutto quando racconterò del dolore che l’ha bloccata dietro la gamba. Per parecchia della strada che avevamo fatto insieme era andato tutto bene. Anche dopo aver incrociato le capre di cui parlavo all’inizio, sempre le stesse che erano capitate quando le balise si erano fatte desiderare, la foschia aveva cominciato a gettare badilate di grigio e bianco, e la chiacchiera con Alberto camminava più veloce delle nostre gambe. Mi raccontava di essere un patito della corsa naturale e infatti lo vedevo usare un paio di scarpe così piatte che immaginavo potesse contare le corna dei dannati. Diverso, è il discorso per Lisa. Lei di naturale aveva un passo invidiabile. Baby. E grazie a quello ci aveva raggiunti. Volendo avrebbe tranquillamente potuto anche lasciarci lì, al palo, l’iMe e l’iNaturale. Ma con lei era arrivata anche la notte e si è convinta di fare comunella con due debosciati. Per un fattore di compagnia durante il viaggio.

[ADAMELLO ULTRA TRAIL] AUTincents #3

DIstrazione


– Ehilà minchione, tutto a posto con la polizza vita? – Eccolo qua. È arrivato il mio doppelganger Edilio Ciclostile con tutta la sua delicata franchezza,
– In che senso? – replico io.
– Dove cazzo mi stai portando?
– Tanto per cominciare, dove credi che siamo.
Non aveva risposto in battuta. Strano. Chissà, ho pensato,  se con poco generatore di acidi nei polmoni, anche la molestia ne risente. Per un attimo avevo creduto di essermela cavata così. Sbagliavo.
– Questo l’ho capito benissimo. Ma non vedi che razza di cielo si sta preparando?
Mi ero guardato in giro.
Effettivamente dire che ci fosse un bel panorama proprio no. Per quanto il materiale naturale che avevamo a disposizione era di enorme pregio, enorme anche per la stazza delle montagne, ovunque gettassi lo sguardo gli occhi non venivano  trattenuti da qualche bellezza che avrei voluto non scordare mai. E per quanto detestassi ammettere che Edi avesse ragione, le nuvole salivano dense da valle. Si accumulavano pesanti sopra la testa delle creste. E sopra le mie balle.
– Secondo me, – aveva detto ancora Edilio, – il tempo peggiora e tu rischi di non vedere un cazzo. Vedi di non mettere il piede nel posto sbagliato. –  Nonostante la difficoltà di fare il pieno ai polmoni tirasse in terra il morale, il suo pessimismo era sempre di ottimo umore.
– Capisco che l’aver assistito all’incidente di sabato ti ha sbattuto giù con la testa. – l’ho malauguratamente stimolato io, – Ma non devi tirare la iazza addosso anche a me.
– Guarda che la sfiga qui non c’entra niente. C’entrava per quel disgraziato che c’ha lasciato le penne. Un camper di traverso sulla carreggiata la si può tranquillamente chiamare così. Ma tu, cocco di mamma, ragiona. Prova a piantare le corna in fondo a un burrone stando seduto sul divano.
– Ascolta Edilio, proprio non ce la posso fare a sopportarti. Questa è la volta buona che se non collabori m’incazzo.
– Cazzo fai sul serio. Caspita. Ne hai di coraggio.
– No, per carità. Non faccio niente. Ma tu continua con questo tiro di pensieri e giuro sulla Madonna che t’ammazzo. Fine della questione.
#Eccheppalle. Addosso, già me la stavo facendo di mio. Figuriamoci se avessi avuto bisogno di lui che mi stava appiccicato soltanto per peggiorare guai e timori. Sandro, piuttosto. Stare con lui era un piacere. Insieme avevamo superato tutta ‘sta storia in salita, compresa la trincea della Prima. Che avevamo preso con calma. Il nonno si fermava ogni tanto a tirare il fiato. Poi però me lo sono visto passare davanti. In discesa volava. Il nonno. Che avevo scoperto puntava alle 46 ore finali. Le stesse che ci aveva messo l’anno precedente quando finì tutti i 180. Il nonno. Ed io, il nipote, l’avevo capito al volo che sarebbe stato meglio seguirlo come si fa quando si trova una guida.

[ADAMELLO ULTRA TRAIL] AUTincents #2

DIstrazione


A questo evento la Regina dei Popcorn non ha partecipato. Uno po’ d’importanza mondiale me l’ha rubata il suo lavoro che l’ha portata dalle parti della ridente Novara. Ridente. Al suo posto, gioia mia, è venuta mia madre. Accettando di lasciare l’esilio marittimo, montare in macchina, affrontare l’autostrada e farmi salire le pulsazioni in anticipo con un disguido chiavi. Chiave. Dopo un minuto e trenta secondi che eravamo partiti in macchina, destinazione Vezza d’Oglio e me al volante, scopro che lei aveva chiuso la serratura sotto di casa mia. Chiuso. Ripensavo a questo dopo un’ora e mezza che pativo sulla prima rampa. A qualcosa dovepvo pur pensare. Non c’è solo eroismo da quelle parti. Anzi, se vuoi, per la mente è un attimo far somigliare tutto alla vita quotidiana. E per quanto difficile sia crederci, sia rimuginare, sia diventare normali anche in quota, così è. Molto più di quanto un politico riesca a parlare con onestà. Una sola è la virtù cardinale necessaria per coprire le lunghe distanze: l’ossessione. Che non è una virtù nemmeno teologale. Mentivo. Se mi sentite spesso tirare in ballo l’abito sporco del governo è solo per prudenza. Poca. Tornando alle chiavi scopro che la mia personale ghiandola cutanea secernente latte a suo tempo, dicevo, ha chiuso la toppa sotto. Per il motivo di recuperare la mia borsa. Cioè farmi una cortesia. Ma quella chiave non si usa mai a casa mia, non se l’assenza è poco prolungata e insomma, ricordando che la Regina dei Pops non ne avesse una nel suo mazzo, pianto la macchina sul lato della tangenziale e mi è partito l’incazzo. Vita infame per chi ti favorisce e agisce a fin di bene, vero? Infatti mi ero sbagliato e scusato ottomila volte. La colpa non mi si era staccata di dosso comunque, dai polpacci quanto meno. Che sentivo mordere mentre ripensavo a questo e salivo. E mi chiedevo se mami fosse uscita a fare quattro passi anche lei. La sua tendenza è di fare molta strada sulla stessa piastrella. All’età che ha questa donna non è un’abitudine, è una fregatura mondiale. Abitudine. Un uomo più attivo nella sua vita non le avrebbe fatto male, uno tipo Sandro, che con gli anni e il volume non è messo molto meglio della mia vecchia, e quando l’ho raggiunto o mi sono accorto che era nei paraggi, faticava silenzioso come me e tutti quanti.

[OSSOLA TRAIL] Il peggio è passato


– L’ano come ce l’hai? – chiedo all’amico.

Fortuna che quando gli dico di respirare si risente e risponde che ci sta il più possibile attento.

– Scusa? – Fa lui.

– L’ano, – ripeto io, – hai presente?

– Certo che ce l’ho presente.

– Il buco del culo.

– Fa piacere sentirlo chiamare confidenzialmen, non c’era bisogno. 

– Vabbè, con quello come sei messo?

Tranne che per il fetore e il vuoto ammuffito, la cabina di comando è quasi uguale a quando mi sono svegliato dentro l’encefalo di Me Lo Zuccone. Da allora però i neuroni sono stati sostituiti con legno e chiodi. E forse è per questo che le manovre della mente sembrano bloccate, perchè c’è qualcosa di assai rigido in questo locale.

E ora che gli ho chiesto dell’ano? E di come se lo sente?

Mi gioco le palle che starà pensando se gli sto dando del ricchione. Rabbrividisco anche se non sono sistemato su un iceberg con un velo di cotone addosso. E dall’odore di bruciato che sento direi che ci sta pensando eccome.

Mi chiede, – In che senso?

A volte la pazienza se ne va molto alla svelta, e quanto vorrei scappare correndole a presso. Ma non c’è niente da fare, non ci riesco almeno fino a quando camperà ‘sto fesso. Adesso è meglio che mi calmo e mi presento. Per alcuni la sostanza è il proprio nome. Non sono: cane che dorme.

Mi chiamo Eddie. Diminutivo di Edilio. E c’è chi ci legge qualcosa anche nel mio tipo che si definisce d’arte: costruttore del io. Non vorrei dire, ma se proprio dovessi costruire qualcosa preferire dedicarmi al sè. E comunque non so. Mi sembra tanto. Troppo. Piuttosto c’è chi mi definisce un alter ego. Oppure doppelgänger. Che letteralmente significa “doppio viandante”. Una sorta di gemello maligno. Che lascerei stare. Non tanto perchè sono un santo, anzi. Ma preferisco non dire altro su di me e far dare a lui, come fanno in tanti, dello schizzofrenico. A Lo Zuccone. E io magari sono solo una scimmia.

Guardalo, dai.

Deambula sgraziato che fa quasi tenerezza. Pare lo abbiano messo in piedi soltanto ieri. E da allora, non ha fatto che questa arrampicata. Con una inefficienza della spinta che pare siamo in viaggio da un settimana.

Continua…